Primi giorni in Bangladesh

khulna bangladesh

Confine di Benapole, 9 di mattina. L’autobus che ho preso all’alba a Calcutta si ferma poco prima della dogana e il conductor fa scendere tutti i passeggeri. E’ tutto ben organizzato, la compagnia dei bus ha un proprio cambiasoldi onesto e un altro tizio che compila le departure cards per tutti. Sono l’unico bianco, oltre agli Indiani e ai Bangladeshi ci sono degli Indonesiani e un paio di Africani. Ci si infila quindi in un edificio fatiscente e mal illuminato e si raggiunge la lunga coda all’ufficio dell’immigrazione indiano. Qui la fila e’ rispettata, anche perché probabilmente chi cerca di fare il furbo si prende una bastonata. L’atmosfera e’ quella da confine Africano, fa molto caldo e i visi delle persone sono lucidi di sudore. Dopo piú di un’ora riesco quindi ad ottenere il mio timbro d’uscita dall’India, raccatto il mio zaino e mi avvio verso il confine Bangladeshi, dove vedo giá in lontananza la folla di coolies e rickshaw wallahs pronta ad assalire i viaggiatori. Con un po’ di mestiere e qualche spintone riesco a passare e ad entrare all’ufficio immigrazione del Bangladesh, dove tutti sono gentilissimi ( con me, molto meno con gli indiani ) e dove sbrigo le formalitá d’entrata in pochi minuti. La cittá vera e propria si trova a circa due chilometri, quindi senza esitazioni salgo su un rickshaw, il mezzo di trasporto piú usato in questo Paese, e probabilmente uno dei suoi simboli più noti.

Alla fermata dell’autobus trovo un ragazzo che parla un po’ di inglese e che studia a Calcutta. Si offre subito di aiutarmi, anche se in realta’ non ho bisogno di nulla. Presto scoprirò che questa è una cosa normale in questo Paese: un po’ per curiosità, un po’ per educazione, tutti vogliono in qualche modo aiutarti e renderti il soggiorno più piacevole. Il tizio avrà una ventina d’anni e studia in una specie di scuola alberghiera. Come gran parte dei giovani Bengali sogna di andare a vivere all’estero, in Europa o nei Paesi Arabi.

khulna bangladesh

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Non ci vuole molto tempo per capire che il Bangladesh é molto diverso dall’India, molto piú di quanto si possa immaginare. Evidentemente le tragedie della partizione e della separazione dal Pakistan hanno segnato un solco molto profondo tra i due Paesi, anche se di fatto l’unica grande differenza tra i Bengali Indiani e quelli Bangladeshi é la religione. E in effetti arrivando dal West Bengal Indiano le differenze che colpiscono di piú sono quelle legate alla religione: molti uomini portano lunghe barbe e le pochissime donne che si vedono nelle strade sono ben coperte dal chador. Non ci sono mucche per le strade, né templi colorati o sadhu che meditano in riva ai fiumi. Un’altra cosa che mi colpisce molto è il numero molto limitato di auto, bus e camion bilanciato da un numero esagerato di rickshaws. Rispetto al folle traffico di Calcutta sembra che tutto si muova al rallentatore. Più avanti scoprirò che malgrado il basso numero di mezzi meccanici in certe strade il traffico è infernale e che il numero di morti e feriti per incidenti è uno dei più alti del mondo.

Senza grossi problemi raggiungo quindi Khulna dove mi perdo in quartiere squallidissimo vicino al fiume prima di trovare l’hotel che mi ero segnato, anch’esso squallido come pochi, ma almeno c’è la tv satellitare. Subito mi accorgo che qui in Bangladesh, molto più che in India, se sei straniero non passi inosservato. Anzi, moltissimi di quelli che incontri ti fissano sbalorditi e smettono di fare quello che stanno facendo per poterti osservare meglio. Se la cosa può essere divertente i primi giorni con il passare del tempo diventa uno stress e un fastidio, ma ne parlerò nel dettaglio in un altro post. Khulna è la tipica città del Bangladesh: brutta, anonima, senza monumenti interessanti o qualsiasi altra cosa ti che possa colpire. Ma almeno non ci sono in giro scimmie/cani randagi/mucche/bufali come in India e c’è relativamente poca immondizia nelle strade. Ci sono molti mendicanti, praticamente chiunque abbia un handicap è costretto a vivere d’elemosina, anche se nel mondo Musulmano chi chiede la carità è in genere molto più rispettato rispetto al mendicante nella società Induista. Il fascino di questo Paese è che la bellezza c’è ma te la devi cercare, non ci sono i Taj Mahal o le Bagan o i villaggi con le donne giraffa già pronte in posa per la foto ricordo.

Vicino a Khulna c’è Bagerhat, un sito Unesco famoso per alcune moschee medievali. Il valore artistico delle moschee e dei mausolei non è eccelso dal mio punto di vista ( o in ogni caso non tale da giustificare lo status di patrimonio dell’umanità ) ma la location è stupenda, tra palme e alberi secolari, verdi risaie, laghetti con pesci, anatre e fiori di loto, farfalle e uccelli colorati. Tutti sono gentilissimi e sempre sorridenti, in poche ore mi chiederanno almeno 300 volte di dove sono e cosa ci faccio in Bangladesh ( mmm…good question! ).

bagerhat bangladesh

bagerhat

bagerhat bangladesh

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Dopo un paio di giorni, quando ormai ero convinto che nessuno parlasse inglese ( però con qualche parola di Hindi te la cavi, in genere lo capiscono ), ecco che mi chiama un ragazzo con un perfetto accento cockney: “Hi mate, why don’t you come to my shop for a drink?”. Si chiama John e ha lavorato qualche anno a Londra, viveva nella zona dei Boroughs nell’East London, dove c’è la più alta concentrazione di immigrati Bengali. La sua è una storia abbastanza comune da queste parti: grazie ad un “aggancio” nel Regno Unito riuscì ad ottenere il visto e quindi a trovare un buon lavoro come cameriere. Guadagnava parecchio, anche 2000 euro al mese, una cifra che in Bangladesh moltissimi non raggiungono nemmeno in un anno di lavoro. La differenza rispetto a molti suoi compatrioti è che lui ha deciso di tornare. Ama le cose semplici, gli amici, la famiglia, la tranquillità della sua città e i ritmi lenti della vita Bangladeshi. Gestisce un piccolo emporio con la sua famiglia e sembra molto felice: è un perfetto esempio per quelli che credono che scappare dal proprio Paese per motivi economici sia sempre un miglioramento della propria qualità della vita. Nel frattempo si è formato un capannello di almeno una ventina di persone che mi fissano perplesse, ma ormai ho capito che questa sarà la normalità in questo viaggio in Bangladesh.

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