Madagascar: I primi giorni

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Il Madagascar non è un Paese con un’identità ben chiara, quindi i primi giorni ti lasciano un po’ disorientato. Sei in Africa, ma non è la vera Africa. Meglio prendersela comoda per qualche giorno, osservare la gente, camminare in giro senza meta, prima di iniziare a viaggiare sul serio.

L’impatto con Antananarivo ( Tana ) è stato tutto sommato positivo: la città non ha una buona fama e non c’è molto da vedere, ma l’ho trovata più vivibile di altre capitali africane. La prima impressione è che la città sia un mix di Africa e Asia, con varie influenze europee. Si parla francese ( e questo per me è un handicap ), si mangia riso e si ascolta una strana musica afro-sudamericana. C’è molta criminalità ma si parla soprattutto di scippatori e piccoli borseggiatori ( da evitare il mercato in centro ), bisogna stare sempre attenti ma non è Nairobi o Beira. La gente non è male, in questa parte del Madagascar appartengono soprattutto all’etnia Merina ( quindi di origini asiatiche, sono i discendenti dei primi abitanti dell’isola, che venivano dal Borneo ) ma come in ogni grande capitale ci sono persone da ogni parte del Paese. Più avanti comunque avrò modo di vedere le grandi differenze che ci sono tra la gente di città e quella di campagna e tra i Merina e gli altri gruppi di origine africana che abitano sulla costa ( i côtiers ) o nei villaggi. La prima cosa che mi ha colpito di Tana è il traffico: dalla mattina alla sera in centro sembra che le macchine e i Taxi Be ( minibus che fanno servizio autobus ) siano sempre fermi bloccati in un ingorgo che non si sblocca mai. E poi i taxi, scassatissime renault 4 ( la quatre elle! ), dyane e peugeot 305 color crema.

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tana

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La città si trova sull’altipiano malgascio a circa 1500 metri e c’è un clima molto gradevole in questo periodo ( che è l’estate locale ), anche se la sera piove quasi sempre. Si sviluppa su alcune colline e se si vuole girare a piedi c’è da sudare, ci sono molte ripide scalinate e saliscendi. Il centro si trova tra la vecchia stazione dei treni ( chiusa da anni ), il mercato e il lago Anosy. In mezzo la via dei locali e dello shopping ( Avenue de l’indépendance ), un paio di parchi e il bel quartiere coloniale di Isoraka. Più in là, in cima alla collina più alta, c’è la haute ville, con strade in ciottolato, molti edifici coloniali, il palazzo della Regina e una bella vista sulla città con intorno la verde vallata di risaie.

Dopo qualche giorno inizio la prima parte di viaggio nel Sud del paese, prima tappa Fianarantsoa ( Fianar ), città che userò come  base e dove mi fermerò parecchi giorni divisi in tre soste. Viaggiare in modo indipendente in Madagascar è relativamente facile ma spesso si finisce per dover tornare sui propri passi per l’assenza di strade asfaltate, quindi se si vuole girare molto è utile avere una base dove si sta bene, dove non c’è molta delinquenza e dove c’è tutto ciò che serve.

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fianar


In ogni caso nel lungo viaggio da Tana a Fianar ( lungo l’unica vera strada in buone condizioni del Paese, la RN 7 Tana-Tulear ) vengo subito affascinato dalla straordinaria bellezza dell’altopiano malgascio, che mi pare come un incrocio tra il Nord dell’Etiopia e Tana Toraja, con forse un pizzico di India centrale. Capisco subito perché il Madagascar è anche chiamato l’isola rossa: la terra ha un colore rosso-arancione, che si sposa perfettamente con le verdissime risaie terrazzate. Anche gli impetuosi fiumi sono color arancione. I villaggi sono bellissimi e pittoreschi, piccoli gruppetti di case tutte uguali di due piani, fatte di mattoni gialle, rosse, bianche o marroni. Le donne portano bei cappelli di paglia con dei fiocchi o dei fiori. Sono molto poveri e spesso non hanno nemmeno l’elettricità o l’acqua corrente, anche se vivendo in zone molto fertili se la passano comunque meglio dei loro connazionali che vivono nelle zone più aride del Sud, dove uno o due anni di siccità fanno scattare la crisi umanitaria.

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haute ville, fianar


Alla fine Fianar sarà una delle mie città preferite, c’è molta gente simpatica ( a parte qualche ubriacone molesto e i touts della stazione ), bei mercati con ottima frutta, una romantica haute ville in cima ad una collina e belle campagne intorno. E anche un ottimo hotel economico vicino alla stazione in una zona davvero bella e tranquilla tra la città e la campagna, con una grande terrazza e un bel panorama su tutta la valle. Ci sono molti bambini di strada, abbandonati o costretti a fare lavori pesanti che sarebbero duri anche per me. Mi colpiscono in particolare i piccoli carbonai, sporchissimi e vestiti di stracci, sembrano davvero usciti da un’altra epoca. La zona migliore della città è quella alta tra il grande mercato ( zoma ) e la haute ville, dove andrò varie volte a far colazione in un bel baretto che faceva ottime crepes con giardino e bella vista sulla vallata. Questa “old town” a prima vista mi è sembrata una cosa coloniale ma in realtà fu costruita da una Regina locale, la storia è molto interessante. Ci sono cinque o sei chiese, strade e scalinate in lastricato, un enorme cactus e case in pietra e legno con balconi fioriti.

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street food tra fianar e manakara

All’ostello di Tana due ragazze tedesche mi avevano consigliato Manakara come città sull’Oceano Indiano tranquilla dove ci si può fermare una o due settimane a far nulla, che era ciò che avevo intenzione di fare. Avevano girato per un mese e secondo loro era una delle più belle città, anche se il mare non era bello come quello della zona di Tulear, sul Canale del Mozambico. In teoria sarebbe una città coloniale abbastanza isolata dove non andrebbe quasi nessuno, se non fosse per il viaggio in treno da Fianar. C’è un treno, vecchissimo e praticamente l’unico rimasto che fa ancora un servizio passeggeri, che passa per una zona selvaggia e isolata dove non ci strade. Negli ultimi anni è diventato una vera e propria attrazione turistica, e molti vogliono prenderlo per assaporare il gusto dell’avventura. Mi ricorda il treno che presi qualche anno fa nel Nord del Mozambico, quindi vado subito in stazione ad informarmi, ma purtroppo la tizia alla biglietteria mi spegne subito l’entusiasmo: il treno è rotto e ci vorranno mesi per ripararlo. Mi tocca ripiegare sul minibus. Il paesaggio comunque è fantastico anche lungo la strada, si scende dall’altopiano per poi attraversare una fittissima foresta pluviale e quindi una fantastica zona di colline rotonde verdissime e brulle, e infine avvistare in lontananza l’Oceano Indiano. Tanti villaggi di capanne di legno e bambù. Alla stazione di Fianar ( una delle peggiori ) incontro un tizio occidentale che sembra il classico vecchio avventuriero: dopo un paio di battute in inglese e francese scopro che è italiano, e sta andando anche lui dalle parti di Manakara. E’ stato in Madagascar molte volte e mi darà qualche prezioso consiglio. Un bel personaggio, quasi settantenne ma con piglio giovanile, grande amante dei viaggi avventurosi soprattutto in Africa, del rum e delle puttane locali.

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tanambao

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manakara be, il ponte crollato


A Manakara in effetti c’è una piacevolissima, languida atmosfera tropicale e ci si può fermare senza problemi settimane o anche mesi, però a dire il vero me l’aspettavo più bella e un po’ più vivace. E’ divisa in due parti ben distinte separate dal canale: Tanambao è la parte nuova dove ci sono il mercato, la chiesa, gli hotel e la stazione dei treni, mentre Manakara Be è la parte sulla spiaggia costruita dai francesi, con edifici coloniali in vario stato di abbandono. Anche il ponte che collegava le due parti è stato abbandonato dopo un crollo, ora c’è solo un ponticello provvisorio e dei barcaroli. La prima sembra una classica città dell’Africa nera, con le strade sabbiose, le bancarelle di vestiti usati, donne che girano con varie cose sulla testa. In effetti una delle cose migliori da fare è sorseggiare una buona birra gelata e osservare questo viavai continuo di locali impegnati nelle loro faccende. Molti si spostano con i pousse pousse, il vecchio risciò a trazione umana che pensavo fosse stato abolito ovunque a parte a Calcutta. In realtà presto scoprirò che è un mezzo molto usato nelle città e che per molti è l’unica possibilità di portare a casa qualche spicciolo per mangiare. Queste zone sono piuttosto povere e le opportunità di lavoro non sono molte. L’impressione comunque è che siano le donne, come notai spesso in Africa, a fare il grosso del lavoro e a far sopravvivere le famiglie in queste condizioni molto difficili.

Manakara Be fu costruita dai colonialisti francesi come località di villeggiatura e come base dei commerci tra il Sud e il Nord, attraverso il famoso Canal des Pangalanes. Si sviluppa in una stretta penisola tra la spiaggia e il canale e ha un’atmosfera molto sonnolenta, se non da città fantasma. La spiaggia è bella, con una bella passeggiata ombreggiata da eucalipti e abbastanza pulita, ma il mare in questo periodo è molto agitato.

Il Canal des Pangalanes fu costruito dai francesi ed è una straordinaria opera ingegneristica: per i colonialisti c’era la necessità di collegare queste zone del Sud ricche soprattutto di spezie con Tamatave, il principale porto sulla costa Est, ma il mare era sempre troppo agitato e la navigazione impossibile. Sfruttando alcune insenature costruirono quindi un lunghissimo canale tra l’oceano e la terraferma lungo più di 600 chilometri e riuscirono così a sfruttare in modo intensivo queste zone. In città offrono dei tour nel canale ma preferisco andarci con una piroga di un barcarolo locale, anche se parla solo francese. Una bella escursione e un’ ottima occasione per incontrare la gente che vive nei villaggi di capanne, che vive quasi esclusivamente di pesca.

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Sulla via del ritorno a Fianar mi fermo nel primo parco, quello di Ranomafana, che si trova tra fitte foreste primarie in una zona molto umida che mi ricorda il cuore del Borneo. Piove tutta la notte ma fortunatamente la mattina dopo c’è il sole, e quindi riesco a fare una bella escursione in tranquillità. Sto nel dormitorio del parco che è bello, economico e pulitissimo anche se ci sono degli strani scarafaggi giganti. In questo parco ( che è sito Unesco ) ci sono molti animali strani e rari, anche se come è facile intuire non è così semplice vederli, ci vuole un po’ di fortuna. Comunque riuscirò ad incontrarne alcuni molto belli, compresa la “star” del parco, il golden bamboo lemur ( il più raro in assoluto, scoperto solo nel 1986 da una tizia tedesca ), l’insetto giraffa e uno spettacolare mini-camaleonte.

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