Bikaner e il tempio dei ratti

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Dopo un mese tra le montagne con un clima anche piuttosto rigido è stato un po’ uno shock arrivare a Bikaner, che si trova in mezzo al deserto del Thar e dove in aprile ci sono delle temperature veramente estreme, oltre i 40 gradi.

Sono venuto qui per due ragioni: c’era un ottimo treno notturno da Chandigarh ( la città meno indiana dell’India, quella strana progettata da Le Corbusier ) e soprattutto perché volevo visitare uno dei pochi templi famosi dell’India che mi mancava, il tempio di Karni Mata, meglio conosciuto come tempio dei ratti.

In realtà Bikaner è tutt’altro che brutta e c’è parecchia gente simpatica, pochissimi stranieri e un palazzo del Maharaja davvero notevole. Dopo un paio di giorni di acclimatamento ( con tante docce e kingfisher gelate ) inizio a girare un po’ cercando di capire come arrivare al tempio e come raggiungere lo Shekhawati che sarà la tappa successiva. La città vecchia è molto affascinante con molte haveli storiche, stradine strette e vicoli, negozi e botteghe di artigiani fuori dal tempo. Una sera mi ferma un tizio che fa il sarto molto simpatico che mi invita per un chai e poi per una passeggiata nella periferia della città fino al deserto il giorno seguente. Camminiamo per ore fino ad un tempio della Dea Kali ai margini del deserto con le dune sullo sfondo, poi sulla via del ritorno incontriamo degli strani zingari che ci offrono un cilum e una vecchia sciamana cieca molto venerata dai locali, una specie di Dea vivente. C’è sicuramente della magia in questi luoghi così desolati, dove regna il silenzio e il paesaggio è dominato dal nulla.

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Il tempio dei ratti si trova veramente in mezzo al deserto, in un piccolo villaggio ( Deshnok ) a circa 30 chilometri da Bikaner. La storia è abbastanza strana ( ma non troppo per l’India ): Karni Mata era una yogini ritenuta un’incarnazione della Dea Durga ( divinità molto popolare soprattutto nel Nord Est indiano ) e un giorno trovò uno dei suoi seguaci cantastorie addolorato per la perdita del figlio, annegato in un lago. Chiese quindi a Yama, il Dio della morte, di riportarlo in vita. Yama inizialmente rifiutò ma poi acconsentì, a patto che tutti i discendenti maschi di Karni Mata si reincarnassero in ratti. Di questa ultima parte ci sono varie versioni, ma alla fine nel tempio dedicato alla Dea ( costruito probabilmente attorno al 1500 anche se quello attuale è una costruzione più recente  ) si iniziarono a venerare questi ratti e oggi è diventato uno dei più strani e famosi luoghi di pellegrinaggio dell’India.

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Nel tempio ci sono circa 25000 ratti, che vengono nutriti e adorati come animali sacri. Sono veri e propri ratti, non sono molto grandi ma non sono nemmeno topolini di campagna. Il primo impatto è un po’ strano, sono veramente tantissimi e in certe parti del tempio bisogna veramente stare molto attenti a non pestarne qualcuno. Vengono nutriti con dolci, frutta e latte ( la foto dei ratti che bevono il latte tutti insieme da dai grandi pentoloni è un classico ). Comunque dopo un po’ ci si abitua e ci si può sedere ad osservare il viavai dei pellegrini, i bellissimi sari colorati delle donne rajasthane e i ratti che saltellano qua e là, ben coscienti di essere i veri abitanti del tempio.

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Curiosità: se per sbaglio uccidi uno dei ratti devi rimpiazzarlo con uno d’oro o d’argento. Se ti salgono sui piedi è considerato un buon segno. Mangiare qualcosa dal loro piatto ( secondo il principio del prasad ) è qualcosa di molto ambito. I rari ratti bianchi sono considerati più sacri degli altri e vederne uno è considerato un segno molto importante.

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